Nota tecnica sull’impianto integrato di digestione anaerobica e compostaggio di Sant’Agata Bolognese

Avendo appreso che l’assessora Sabrina Alfonsi ha organizzato una visita all’impianto di digestione anaerobica integrata del Gruppo Hera a S. Agata bolognese, ci permettiamo di inviare a lei ed ai consiglieri capitolini una nota tecnica, congiunta con l’Associazione Italiana Compostaggio, che illustra i disastrosi dati pubblicati nel rapporto ISPRA 2021, in termini di risultati prodotti che a nostro avviso pone questo impianto forse come uno dei peggiori in italia.

Ribadendo che tali impianti sono inaccettabili in termini di impatto ambientale e sanitario, oltre che in termini urbanistici e sociali e che l’unica strada percorribile è il COMPOSTAGGIO (aerobico) DIFFUSO DI PICCOLA E MEDIA SCALA.

Nota tecnica sull’impianto integrato di digestione anaerobica e compostaggio di Sant’Agata Bolognese (BO)

Nel rapporto sui rifiuti dell’ISPRA 2021 si legge che “Negli impianti di [solo] compostaggio sono trattate 3,2 milioni di tonnellate, circa 3,1 milioni di tonnellate sono trattate in impianti di trattamento integrato anaerobico/aerobico, mentre circa 338 mila tonnellate sono avviate in impianti di digestione anaerobica. Gli ammendanti complessivamente prodotti sono pari a circa 1,9 milioni di tonnellate, di cui circa 1,4 milioni di tonnellate, pari al 72,6%, prodotti dal [solo] compostaggio ed oltre 510 mila tonnellate (27,4%) prodotte dal trattamento integrato anaerobico/aerobico.”

Ossia 1,4 milioni di tonnellate di ammendante su 3,2 milioni di tonnellate di rifiuto trattato danno una stima della resa in ammendante, media degli impianti di compostaggio, pari a 1,4 milioni su 3,2 = 43.7%.

Dato da confrontare con la resa deli impianti integrati, anaerobico/aerobico, pari a 510 mila tonnellate su 3,1 milioni ossia il 16,4%.

Dunque, come si vede, l’eventuale “recupero di materia” prodotto dagli impianti integrati risulta molto meno della metà del recupero di materia ottenibile mediamente gli impianti di solo compostaggio.

Il quadro è confermato anche da recenti progetti di impianti integrati, presentati con molta enfasi sulla stampa. Per esempio, il progetto per l’impianto di Montespertoli (FI) prevede che, annualmente, da 160.000 tonnellate di rifiuti organici entranti si ottengono 25.000 tonnellate di compost, ossia il 15,6% del conferito. Per l’impianto di Rende in Calabria da 50.000 ton/anno i progettisti stimano la produzione di 8000 ton/anno di compost, pari al 16%.

Alcuni impianti di biogas sono costruiti sulla base della digestione anaerobica di tipo liquido (WET), in cui biomassa e acqua vengono miscelati in quantità uguali per formare un impasto liquido in cui il contenuto di solidi totali è di circa il 10-15%. Sebbene questo modello sia adatto per impianti di biogas su piccola scala, diventa critico nei grandi impianti industriali dove si richiede, malgrado il parziale ricircolo, l’uso di grandi quantità di acqua ogni giorno, spesso in aree a rischio idrico.

La digestione anaerobica allo stato solido (DRY), con la fermentazione a secco, al contrario della digestione liquida sopra descritta, riduce drasticamente la necessità di diluire la biomassa prima di utilizzarla per la digestione. Il sistema è in grado di gestire biomassa secca e impilabile con un’elevata percentuale di solidi (20-55%).

In figura il confronto tra diverse tecnologie di biodigestione da dove si evince che la tecnologia DRY è superiore a quella WET sotto molti aspetti quali, per esempio, quelli energetici, di consumo d’acqua, rischio di rotture, capacità di gestione delle impurità ecc. La tecnologia scelta per Roma è quella WET.

Ancora più significativo, in un certo senso, il caso reale dell’impianto WET di Sant’Agata Bolognese, gestito da HERA, spesso portato strumentalmente come esempio virtuoso di economia circolare, nel quale la produzione di Ammendante Compostato Misto (ACM) è inferiore al 14% della materia in ingresso (Rapporto Rifiuti ISPRA 2021).

L’ACM prodotto potrebbe avere un rapporto Carbonio/Azoto molto basso. Infatti viene prodotto dopo la sottrazione del carbonio, con presenza di quantità rilevanti di composti ammoniacali (Azoto), metalli pesanti. Inoltre, in un processo che ricicla continuamente gran parte della parte liquida del digestato, potrebbero essere presenti idrocarburi che vengono accumulati.

Il dato rilevante infatti è che questo “digestato solido” non ha alcun valore nel bilancio economico anzi, a volte, rappresenta un centro di costo rilevante per il suo smaltimento. A volte pari a circa il 25% dei costi di esercizio totali. Si noti che nelle schede descrittive e relativi quadri economici, relativi ai due digestori anaerobici integrati di AMA (vedi allegati alla Delibera di giunta Capitolina n.33 del 10/2/2022), non compare neanche una stima su quanto ACM verrà prodotto.

Dai dati ISPRA la somma dei destini dei materiali in uscita non torna con la somma dei rifiuti in entrata. Lo sbilanciamento viene normalmente chiamato “perdita di processo” e consiste, probabilmente, in perdite d’acqua. Di questo ISPRA non parla. Di seguito viene assunto che la parte restante di biogas, oltre che da metano, almeno per un primo bilancio di massa, sia composta da anidride carbonica (CO2). I dati di produzione di biogas e di metano (parte del bio gas) sono forniti, da ISPRA, in metri cubi. Il bilancio di massa è comunque calcolabile facendo uso di dati di conversione tra metri cubi e peso dei vari gas facilmente reperibili in rete. Non viene inoltre specificato, nel Rapporto ISPRA, il destino del 44% della materia in ingresso (58.761 t/anno su 132.214 t/anno di rifiuti in entrata) è classificato come scarto. Tale scarto non può che essere poi conferito in discarica o negli inceneritori di Hera.

E così, detto a chiare lettere, accade che un impianto di biodigestione sia un pròdromo della discarica o dell’inceneritore.

Lo stesso sistema di raccolta è condizionato dalla presenza dell’impianto di digestione anaerobica: nel caso dell’impianto HERA si tratta di grandi cassonetti stradali che, seppure “efficienti” in una logica di movimentazione e raccolta strettamente industriale, determinano ampiamente, al contempo, la possibilità di una non adeguata selezione del rifiuto. Al contrario, il sistema di raccolta domiciliare (c.d. “porta a porta”) permette di identificare il rifiuto e di applicare una tariffa puntuale (obbligo di legge), legata a una migliore purezza dei materiali raccolti (cioè meno frazioni estranee).

La situazione dell’impianto citato di HERA a Sant’Agata Bolognese (BO) è illustrata in modo analitico nella tabella e figura seguente:

Bilancio di massa di Sant’Agata Bolognese (fonte ISPRA)

Possibili domande

  • Che fine fanno le “perdite di processo” cioè le quantità mancanti dal bilancio di massa in uscita rispetto all’entrata dei rifiuti?
  • Che fine fanno gli scarti, che costituiscono, con il 45%, il prodotto principale di questo impianto?
  • Che fine fa l’anidride carbonica prodotta? Se venduta si possono vedere i documenti d’acquisto?
  • Quanta acqua viene consumata annualmente?
  • Quanta energia elettrica viene utilizzata annualmente?
  • Qual è il destino dell’Ammendante Compostato Misto prodotto? Ha buone caratteristiche agronomiche? Viene venduto? Oppure non ha valore e viene regalato?
  • Oppure più realisticamente il digestato, anche dopo il processo di compostaggio, rappresenta un costo di gestione molto importante a causa del suo necessario smaltimento, in genere tramite spandimento e sotterramento nei suoli agricoli?

 

Il presidente dell’Associazione Italiana Compostaggio Fabio Musmeci

Il coordinatore del Movimento Legge Rifiuti Zero per l’Economia Circolare Massimo Piras